domenica 29 dicembre 2013

Non avrei mai pubblicato questi scritti. (Cominciamo dalla fine.)


Ho scritto chilometri di lettere, partendo dalla fine di questa non storia e andando a ritroso. E tutto quello che resta, è la domanda del perché. Il motivo è alquanto semplice : non sono riuscita a comprendre l’inizio, fino a che non ho raggiunto la fine.
È facile, per una come me, cadere senza la minima paura alcuna, Alice nella buca del bianconiglio, perché io, non so cosa significhi vivere a metà. Amare a metà, coinvolgersi ma non troppo… Non fa per me, e neppure per lui, che alla fine, ha trovato la sua realizzazione sotto molteplici forme.
Dovere sapere che non ho giustificazione alcuna, per il modo errato di provare sentimenti : i miei affetti, sono sempre eccessivi. Forse, se non ci fossimo mai conosciuti, a questo punto, avrei ancora maschera e cuore intatti, ma un sentimento come quello vale tutti i frammenti del mondo.
Cominciamo da qui, da questa mia inutile premessa, dalla fine. Già,
non avrei pubblicato questi scritti se non prima di raggiungere la consapevolezza che, se prima avevo paura di perdere il mio interlocutore, ora ho paura di ritrovarlo. E, magari, ora lascio da parte questo inutile tentativo di dare a queste lettere una spiegazione logica, di tracciare un confine tra finzione letteraria e realtà, tra sentimenti e sensazioni. Come se lui e voi altri sapeste già tutto e riusciste ad accettarli nella loro totalità. Come se la consapevolezza che, magari, lui volesse solo starsene dietro il suo vetro, tranquillo, e che con me, ciò non sarebbe stato possibile : con me, star tranquilli non si può, fosse già chiara fin dal principio.
Ecco, ora, possiamo cominciare.

Giovedì 7 novembre 2013, ore 18 - Prima lettera
Anche se non sei qui, può sembrare cosa folle, imbarazzante, insensata, io ti scrivo. Ti scrivo perché ora, oltre alla disperazione, vorrei poter trovare anche me e, scrivendoti, mi cerco.
Che son solita chiudermi in un silenzio ermetico e mostrare gli artigli, forse questo non lo hai ancora capito, giacché con te mi risulta impossibile e, qualora provo a nascondermi, devo far ricorso a un alleato degno solo di essere disprezzato : l’orgoglio. Croce e delizia, ci protegge e ci annienta al contempo.
Premetto che scriverò d’impulso, senza brutte copie, o inutili prove che finirebbero solamente per scolorire le mie parole, conformandole ad un registro adatto. Io non voglio scriverti in modo adatto. Voglio farlo in modo vero, brutto, banale, orrido, ma reale. Poco importa il resto, te compreso. Già, non importa perché, ad ogni modo, non sei qui, pur essendoci con la tua presenza. Non importa, perché questo mi spinge ad esserne attratta, e quindi non ha nulla a che vedere con una sensazione fisica : « never thought I’d get and highter / Never thought you’d fuck with my brain », qualcosa del genere. Non sto giustificandomi, non ho alcun motivo per doverlo fare, sto solo cercando di spiegarti perché, io, dopo tutto, ti scrivo.
Ma mentre cerco un motivo valido, mi rendo conto che i miei pensieri viaggiano ad una velocità ben maggiore della penna, quindi, non cercherò più una ragione.

Nulla ha senso, dopo tutto, ricordi ? Me lo avevi insegnato proprio tu : « Io vi dico : si deve avere ancora del caos dentro di sé per poter generare una stella che danza. » Zitto, non alzare gli occhi, né cercare di darne una spiegazione o dire che, tu, trovi fantastica l’interpretazione che ne ha fatto Palahniuk… Nietzsche continuava così : « Io vi dico : avete ancora del caos in voi. » Hai voglia ! Il mio caos è talmente vasto, che non vedo l’ora che possa provocare una qualsiasi emorragia interna… Penso che ci voglia un po’ di veleno, ogni tanto : fa un gran bene, non credi ? Per questo ti odio, ricordi quella canzone ? « …credimi, tu mi assordi, come fai… ti subirò ». Non starò qui a urlarti in faccia perché tu abbia deciso di rimetterti il casco un attimo prima di lasciarci andare all’asfissia, ma ti dirò che per questo non riesco a odiarti. Se mai, odio il fatto che tu sia capace di scuotermi e fermare la mia emorragia : non capisci che quelli « come noi » (passami il termine senza fare quella faccia supponente), costretti a sanguinare, nascono ? Perché, allora, finiscono per tamponare il fluire del sangue ? Perché hai paura di affondare il coltello ? Io, desidero tu lo faccia.

Sto divagando, e ancora ti odio per questo : per il tuo provocarmi anche solo pensandoti, e quel tuo modo sfacciato di non nascondere nulla. Fermo, non sto sbagliando, non mi riferisco a nulla di fisico : so quanto oceano si può contenere. Odio i tuoi occhi, quella loro trasparenza sfrontata che rispecchia ogni pensiero, ma lo fa in modo distorto, ambiguo, e per questo intrigante. Ciò è proibito, sai ? Dove eri quando la vita ce l’ha insegnato ? È pericoloso, e tu lo sai. Ma, come succede in me, questa consapevolezza altro non fa che fomentare la nostra naturale passione verso il proibito, il caos, dal quale ritirarsi sarebbe un delitto maggiore di quello che, inevitabilmente, si compie nell’abbandonarsi ad esso.

giovedì 19 dicembre 2013

Forse, dal dolore, guarire si può. (Ricominciamo da qui.)


Ho lottato invano. Non c’è rimedio. Non sono in grado di reprimere i miei sentimenti. Eppure, sto un po’ meglio, pur senza capire come. Certo, ho un carattere forte, dicono tutti. Quelle come me sono tenaci. Li ho lasciati parlare, e intanto pensavo al fatto che quelle come me sono sì forti, ma ogni notte pensano di non farcela, e questo le porta a stare sveglie. Sapeste com’è faticoso, il coraggio, a volte. Quanta volontà ci vuole in periodi di un nero spettacolare per uscire, per affrontare il mattino con tanta notte dentro.

Ma forse, dal dolore, si riesce anche a guarire, e, soprattutto, a tornare a scrivere. Voglio ricominciare a scrivere, perché farlo è come correre in un campo minato sperando di non esplodere, e perché, per uccidere qualcuno, bastano tre parole ben assestate.
Odiarti senza imbrogli.
Ecco. Cominciamo da qui. Ho bisogno di poter abbandonare i miei sogni nei quali credevo ancora, e quella domanda martellante che mi rimbomba in testa e non mi lascia dormire : « A che servono gli incontri, se poi ognuno prosegue per la sua strada ? » La mia, in questi ultimi tempi, non fa altro che essere attraversata da sconfitte, eppure… Eppure sono riuscita ad abbandonare l’ambizione di diventare migliore, di colorare la mia anima scura : è già lucente così.

Ora, è tempo di abbandonare i codardi con l’amore degli altri, che non hanno ancora capito che senza fegato non si arriva da nessuna parte, così come chi ha messo il suo cuore in un angolo per paura di ascoltarlo. Ci sono poi gli ipocriti, chi punta il dito per poi nascondervisi dietro. I miei incubi notturni, rimpiazzati dalla ferma certezza che, prima o poi, qualcuno farà lo sbaglio di fare il pazzo, venire sotto casa mia, tirare sassi alla finestra illuminata, per pretendere poi di sfondare il portone con un mazzo di rose. Quindi lascio su questa terra volgare, che non mi appartiene, anche le sostanze per dormire, giacché voglio restare sveglia e chiedermi ogni momento se son sicura di quello che non sto facendo.
Tutto questo, per dirti che, ora, il fatto che mi manchi non mi ferisce, né mi cura. Perché siamo lontani, forse in secoli diversi, forse su due continenti o pianeti diversi, che si son cercati ma ora son stanchi di non trovarsi mai.
Perché, ora, è come se la vita mi dicesse : guarda, sono qui, riprova.

martedì 5 novembre 2013

"Labentia signa" (Alla gravità, non c’è modo di fuggire.)


Ritornare a scrivere, sulla scena del crimine, illudendosi di non riuscire a farlo finché la pioggia di novembre non ricominci a cadere. Così, si continua a tacere: silenzio ad oltranza, fine delle trasmissioni, dei sentimenti e dei sorrisi falsi. E non è un silenzio volontario, chi vogliamo prendere in giro, sono parole che censuriamo per paura, giacché la pioggia è solo un pretesto, dal momento che nella mia testa cade incessantemente da giorni.
Non sono le parole, che contano, così come non conta il punto d’onore che mi ero fatta di non restare delusa, e a dispetto del tuo impegno ci sono sempre riuscita. Ancora non trovo un motivo valido per scrivere, poiché la vita, alle volte, gira in una maniera che non ci fa rimanere proprio più niente da dire, mentre al contempo implodiamo. Sai, è pazza questa mia amica, urla sempre e ti chiama così intensamente che alle volte ho paura che gli altri la sentano. Mentre saltuariamente rompo il mio silenzio, chiedendole a cosa serva il suo strepitare per tenersi saldo quel punto d’onore se ora, l’illusione, dovrò portarla in un luogo nascosto e strangolarla da me.
Il fatto è che non ho abbastanza forza, nessuna pistola, e posso solo armarmi di penna e scrivere, dal momento che tutte le armi che possiedo si riducono ad una matita tra le dita, un foglio bianco, l’anima in fiamme, e non di meno, la consapevolezza di aver cambiato quello che ho potuto. Purtroppo, quello che non ho potuto ha finito per cambiare me, che ancora mi ostino a ripetermi di avere ho dimenticato e che, la miglior vendetta, è il dormire bene la notte.
Ma chi voglio prendere in giro? Me stessa? Non funziona più, ora che malgrado tutto non posso permettermi di non serbare rancore alcuno. Dentro ancora mi detesto, mi ripudio a tal punto che spero un giorno questo disprezzo possa rompere gli argini e trasmettersi anche al resto. A poco serve alzarmi, prendermi per il collo del maglione e scuotermi. “Che cosa ti prende?!” Nulla. È solamente più forte di me e del mio essermi stancata dei codardi con l’amore degli altri.

Mi sono stancata del silenzio e del soprannome col quale mi chiamano tutti: che suono ha la mia voce? Chi è Alis? La prima, forse non è perfetta, nemmeno la tua. Mutevole, questo sì, mutevole e, a tratti, spaventata, fragile ma al contempo fortissima. Forse non così limpida, stonata, ciononostante, non abbastanza. Ma chi lo è? Alis? Alice? Tu? Abbastanza per cosa poi? Dimmi. Quali sono i requisiti?
Io, di coraggio, ne ho da vendere. Il problema è che, a furia di perdere pezzi a causa sua, mi chiedo cosa sto diventando pur di rimettermi insieme e rialzarmi ogni volta.
So che ci sono persone più belle di me, indubbiamente, pure lei lo è. So pure che ci sono strade lineari, attraverso le quali è fantastico guidare di notte, finestrini abbassati, sigaretta in mano e nessun pensiero né preoccupazione, ma, mi chiedo, alla lunga, che gusto c’è? Così come pure mi chiedo a cosa serve giocare, stando bene attenti a che cosa si mette sul piatto, se il destino riesce sempre a truccare i dadi dal principio? Se il destino inevitabilmente gioca con le nostre vite incrociando la nostra anima ad altre, per poi scioglierne il nodo? Maledizione.

Non esiste alcuna risposta a queste domande. Così come non esiste bugia che tenga, dal momento che devo convincere pure me stessa che siano vere. Non ho mai convinto nessuno, invece, che starmi vicino sia affare semplice, se mai, ho cercato di farlo con me stessa… Impazzendo nel tentativo. E nemmeno gettarsi da “una pelle all’altra” ha potuto alleviare un poco questa dolorosa consapevolezza, giacché non ci si lega con catene, ma con desiderio e follia.

Tutto questo, però, richiede coraggio. Un fottuto coraggio, per dirla francamente. Coraggio per tentare un salto nel vuoto, perché siamo tutti consapevoli che, alla gravità, non c’è modo di fuggire. Non senza pagare un prezzo.
E che io abbia scritto tanto, forse troppo, finisce per essere cosa volgare, a tratti triste. Il fatto è che restano pur sempre troppe ore, alla notturna calma allucinata, ed è incredibile quanto si possa dire, pur non ammettendo assolutamente nulla. Ammettere. Quale sarebbe la sentenza? “Chiedo perdono, signor giudice, è più forte di me.” Lo è stato da quando ho pensato a quanto odiassi, salvo poi accorgermi che l’odio è di mutevole aspetto e che, quando questo si rivela per quello che realmente rispecchia, tutto ciò che si desidera, è non averlo mai scoperto.

E, io, non so più odiarti. Richiederebbe uno sforzo disumano, e il problema è che ogni qualvolta io cerchi di apparire forte, inciampo nei miei stessi tentativi e mi chiedo chi mai possa cascarci, chi io possa prendere in giro. La verità, vostro onore, è che vorrei riuscire pure io a mettere in un ripostiglio il cuore, o in una fossa. Ci ho provato tempo fa: l’ho interrato in un campo con le mie allucinazioni e, con la vanga in spalla, ho sentito dalle zolle una vocina che mi chiamava. Ma mi ero proibita di voltarmi, e non l’ho fatto. Così come non gli sono corsa appresso. Ora mi dico, però, non è che possa passarci lui, almeno impazzisce?
La verità è che ho provato ad agire senza sentimento alcuno, ma non possiedo abbastaza cuore per poterlo fare. Che paradosso. Così come è pure paradossale il fatto di essere stata troppo, senza tuttavia essere abbastanza; perché vorrei poter essere orchidea, piuttosto che dente di leone sfiorito, al quale basta un soffio per distrugersi in mille pezzi.

Vedi? L’abbandono al vento richiede coraggio. Inutile descriverlo se poi non lo si vuol neppure ascoltare. Inutile perché, quando soffia, lo fa in modo subdolo e spietato e per quanto ci si metta d’impegno nel dimenticare, se si perde tempo nel farlo, non si dimentica più. Non lo si fa mai abbastanza in fretta. E non serve andare lontano, ci ho provato. Non serve, dal momento che la pelle, si sa, ha una memoria d’acciaio.
L’abbandono, richiede più coraggio del vuoto, della semplicità, perché abbandonarsi significa lasciarsi cadere senza avere la certezza che qualcuno sarà lì a prenderci al volo prima di toccare terra. Ma perché privarsi della sensazione, seppure breve, del volo? Non ci sarà nessuno. E non si atterrerà nemmeno sul morbido, farà male, potrà essere orribile: una guerra continua. Un interminabile bombardamento di razzi, granate, attacchi, ferite, singhiozzi. Perché abbiamo tutti cuori della grandezza di un pugno e sogni che non resistono all’impatto. Eppure… Eppure, si potrebbe tuttavia continuare a cadere continuamente. Potrebbe essere fantastico e terrificante al contempo. Eppure, si cerca in tutti i modi di proteggersi da ciò che si vuole, anche quando il delitto è stato compiuto e, colpevoli, ci si ripete di essere tuttavia noi le vittime del destino, seppure dentro ci si senta come un assassino ad un funerale.

Il vuoto spaventa. Così come pure spaventa vedere tutto ciò che si odia di sé, proiettato in altri sguardi insieme a tutto ciò che ci manca, e non riuscire più a dimenticarlo, quello sguardo. Che queste persone lo facciano apposta o meno, non ha importanza alcuna, dal momento che è un sentimento che nasce da dove viene il vomito, e contro il quale non si può proprio nulla. È naturale, non c’è nulla nell’acqua e le pillole sono solo dei placebo. È naturale. Inutile cercare di illudersi del contrario, inutile convincersi che, quando arriverà il proprio turno, si lacererà l’anima altrui come è stato fatto con la nostra. Ciò non accadrà perché, di fronte a questa, si è totalmente disarmati, sebbene si sappia quanto l’altro possa farci male togliendoci ogni difesa, e poi passando ai vestiti.

E qui ho perso la capacità di comprendere perché qualcosa che sappiamo ci farà male, ci piace. Ci schiaccerà e la ameremo ancora. Non sembra incredibile? Ciò che è ancora più increbile, però, è il fatto che tale sentimento non ha mai contemplato il sublime, ma era già impregnato di tutto il patimento destinato, tanto da risultare disgustosamente delizioso. Labentia signa. Esattamente così. Ora provo io, a spiegarti che i poeti latini usavano questa espressione per indicare le stelle che cadono in estate: “segni scivolanti”. Stelle che cadono. Caos che si disintegra. Può sembrare cosa fatua eppure, l’astrofisica, insegna tuttavia che quella scia, così apparentemente eterea, non è caduta né scivolamento, ma morte. Sì, nulla di lineare e splendente, ma il caos più assoluto dal quale non nascono le stelle, ma vi muoiono. L’inizio della fine. Non è ancora più affascinante? Maledizione, non è ancora più dannatamente disgustoso ed eccitante?!

venerdì 25 ottobre 2013

Autunno e umore caduco. (I pezzi di me che perdo.)


Io, non sono triste.
Ho ripetuto questa frase innumerevoli volte, come un mantra, tra me e me, che quando parlo perché interpellata, devo fare estrema attenzione a non enunciarla sostituendola alla risposta che è opportuno io dia. Sì, ultimamente parlo poco, solo se interpellata e scrivo sempre più di rado, solo se la pressione dei pensieri si fa troppo forte e necessita di una valvola di sfogo.

Mentre dentro cerco di tenere il più lontano possibile quell’estremo bisogno di essere abbracciata, per cercare di recuperare i pezzi di me che perdo ogni giorno nello sforzo di rimanere in piedi. Periodi uggiosi di poche parole. Scrivo poco e di getto, senza sapere dove questo mi porterà. Per ora, non mi ha portato a nulla : guardate, è di nuovo autunno e si sta come le foglie… amici che vanno, odore di pioggia, il freddo la mattina e il caffé bollente come ricostituente, bastasse quello. Bastasse un cuore malandato per amare. Autunno e la sua malinconia di melassa ancor più appiccicosa del mio essere sveglia mentre tutto quello che desidererei sarebbe cadere in un sonno profondo, in amore no : son troppo fragile per cadervi, e poi è risaputo che ciò che cade, si frantuma.
Autunno e le stesse ombre nella nebbia di questa città, gli anni dell’università coi suoi corridoi assordanti. Autunno e umore caduco, nebbioso, piovano.

Forse, a questa solitudine, bisogna farci l’abitudine, nessun problema : io, non sono triste. E sono anche d’accordo con questo vuoto che forse ha ragione di essere parte di me, a meno che questo autunno non mi lasci dei segni sul volto : bastan già le occhiaie e quelle rughe di un anno in più.
Mentre fuori ancora piove, non so dove andrò scrivendo, ripetendomi di non esser triste con l’illusione che, un giorno, la ferma convizione mi colpirà in pieno petto come una fucilata. E, allora, non scriverò più a destinatari codardi, senza coraggio. Non scriverò più perché farlo significa mantenere vivo un ricordo, non lasciarlo andare nell’illusione che l’attesa possa ferire meno della mancanza. Io, ho scritto. Autunno, nebbia e tutto torna : caffé bollente, libri di scuola, ore vuote, umore e capelli neri. Autunno, e il nero mi è sempre appartenuto ; inutile cercare d’illudermi del contrario. Tutto torna. E tu ?

giovedì 17 ottobre 2013

L'incoscienza necessaria. (Per sollevarti il mento e dirti: "sono qui".)

Forse per addormentarmi sarebbe solamente opportuno che qualcuno spegnesse la luna e tirasse giù quelle stelle. Non c'è nulla da temere, non credo sia un grande spreco, in fin dei conti. Abbiate fede: la maggior parte di loro, son già spente.

Scrivo perché ho un immenso bisogno di parlare, e sono stanca di sentirmi inventare attraverso le parole di chi prova a comprendermi senza rendersi conto del fatto che io sia cosciente che ciò sia impossibile. Non bisogna per forza essere capiti: la maggior parte delle persone è talmente vuota, che quando apre bocca fa eco.
Scrivo perché, a furia di parlare da sola, la gente comincia a mormorare e io ho ancora bisogno di parlare, di parlarti, attraverso parole che non leggerai mai. Comincerei col scriverti che, giuro, non sapevo il tempo non aspettasse, non si voltasse indietro a guardare i resti lasciati sul suo cammino e, magari, rallentasse. Davvero, non lo sapevo. Quel tempo così impaziente che ora gocciola vuoto e non vuol passare in certe ore notturne solitarie, sull'avvento dell'inverno, quando la sera cade inaspettatamente. Ho aspettato e lo farei ancora, folle perché non si dovrebbe mai attendere chi non c'è più, chi non vuol o può tornare.

Ho provato ad esorcizzare in talmente tanti modi questo mio sentire, perfino seguendo l'idea di chi mi ha detto di fare una lista delle cose più brutte e dei peggiori difetti che potevo vedere, ma non è stato sufficiente e, tuttavia, mi è bastata una frase per riassumerli tutti: non sei qui. Ad ogni modo, sono stati talmente tanti gli espedienti che ho attuato, talmente tante le ore passare ad aspettare, che mi resta da chiedermi se sia possibile aspettare fino a dimenticare cosa si stia attendendo. Forse sì, forse l'indizio di questo processo è questa strana attesa, non più presenza, che sento nel momento del mio risveglio. Questa nuova energia che mi porta ad aprire la porta di casa non più con la speranza di far entrare qualcuno, ma per uscire. E, insieme a questa sensazione, una domanda martellante: perché poi, amo le persone come me, salvo odiare me stessa? Nemmeno in quei libri che mi porto a lezione ho trovato risposta.

Ma, sai una cosa? Alla fine tutta questa teoria sulla psicologia umana mi è comunque tornata utile, qualcosa ho imparato.
Ho compreso che non è importate che tu legga o comprenda le mie parole, non è importante che nessuno lo faccia. Ma, quello che veramente è essenziale, è il fatto che io scriva lo stesso.
So bene quanto tutto questo ti sia indifferente, invisibile. Non credo tu lo faccia per cattiveria, ma per l'affetto che hai sviluppato negli anni verso la solitudine in cui persone come me e te si trovano, per il loro passato che li porta a mostrare gli artigli e il peggio di sé agli altri, per l'estrema timidezza che combattono col cinismo, per tutto quello che scavalcano per non rimuoverlo, come un'ordigno pronto ad esplodere, per tutto quello che lambiscono per nasconderlo nella parte più nascosta di quello che sono, per tutto quello che è stato che sono soliti cancellare di colpo e nascondersi a loro
volta nel silenzio. Tutto questo, che odio in me, vedo in te e lì non posso fare a meno che restare affascinata, o scottata, che è poi la medesima cosa.
Non è importante che tu lo legga, persone come noi non son di molte parole. Ma è importante che io possa scriverlo, chiamala cura, se pensi questa sia relalmente una crisi. Io non penso, anche se lo vorrei, perché quando inizia una crisi, c'è un momento in cui tutto è concesso e, allora, troverei l'incoscienza necessaria per soddisfare la mia voglia di avvicinarmi, sollevarti il mento e dirti: "Guardami. Sono qui." Sai, a definire tutto quanto detto basterebbe in fin dei conti solo quest'atto. Vista da fuori, questa situazione, risulta essere alquanto comica, sai? ..."Però nemmeno tu fai qualcosa, dici qualcosa,..." accusa fondata, certo, anch'io son solita nascondermi sotto le ali del silenzio, sarà che siamo "fatti così: incasinati ed essenziali". E visto anche che, a questo punto, a parole, non mi salvo, allora, "parla per me, silenzio, ch'io non posso."

sabato 12 ottobre 2013

Perché la maggior parte della gente non è impazzita? (Cara me, non significa tu non sappia ruggire.)

Cara me, al posto tuo, se questo dolore fosse ancora così presente, questo desolato desiderio di chi non c’è che ti prende alla sera, davanti alla ciotola della minestra e sul cuscino, lo lascerei sfogare.
Cara me, è incredibile come tu riesca, adesso, ancora a perseverare nell’ingannare te medesima, sai, chiudersi in se stessi può essere una cosa terribile quando questo arriva a non farci dormire, e vedere le dimenticanze altrui è cosa altrettanto spietata. Questa situazione è una guerra tra leoni, sai? Credi sia giusto rinunciare a te per guarire più in fretta? So che a volte cerchiamo di lenire il dolore usando il meglio di quello che abbiamo e ci sono dei momenti in cui questo non è possibile semplicemente perché abbiamo l’impressione che le nostre risorse si siano esaurite. A volte, pensiamo, ciò che serve per lenire il dolore è una semplice tregua. La pensi ancora così? Se così fosse, non ti ritroveresti estremamente vulnerabile, senza riuscire nemmeno a buttare via questo male scrivendo. Se così fosse, avresti già dimenticato e ti saresti accorta che l’inverno è arrivato. Non l’hai notato, vero? Sai, siamo tutti vulnerabili, per timore di non conoscere cosa accadrà. Tutto questo rimuginare su eventi, su persone presenti o meno su incontri che accadranno o magari non avverranno mai, peggiora solo la situazione. Eppure, la paranoia è difficile da alleviare.
Ma non puoi mollare così: tu sei una che non è solita farlo. Certo, la vita ci cambia, ci stende al tappeto così tante volte che può sembrare una causa persa già in partenza… Perdiamo così tante cose alle quali segretamente teniamo, che finiamo per chiederci perché la maggior parte della gente non sia impazzita. Prova a chiederti, invece, cos’è che la spinge a rimanere in se. Chissà cos’hanno perso, loro. Sarebbe bello qualcuno lo ritrovasse, che almeno una volta, almeno ogni tanto, in questo dannatissimo mondo, qualcuno che cerca qualcosa o qualcun altro, riuscisse a ritrovarlo così, semplicemente, in un mattino uggioso.

Cara me, so che la tua paura maggiore è quella si non sentirti “abbastanza” per l’ennesima volta, ma pensa all’altra metà magari ferita, magari impazzita più di te. Ricordi quella canzone? “Finché c’è una metà che non ascolta e non chiede, l’altra metà che ora si volta e procede, metà non vede l’altra metà che affonda”. Vuoi essere tu quella delle due che non crede più all’amore? Ad uccidere la tua “parte migliore”? Forse l’hai già fatto, nevvero? Non temere: niente è perduto, pensa a chi persevera nel non provare niente per non rischiare di provare qualcosa… che spreco!
Cara me, non leccarti le ferite, festeggiale. Sono come l’inchiostro che hai sottopelle: sono il segno di chi combatte. Hai partecipato al combattimento, se non hai vinto non significa che tu non sia in grado di ruggire. Ma hai forse perso? Sai io non credo. Non sei tu quella metà. Credo invece che si arriva ad un punto in cui tutto diventa troppo. Un punto in cui siamo troppo stanchi per continuare a combattere. Non abbatterti, non significa arrendersi, non significa perdere, non significa non sentirsi all’altezza: ripudia questo fantasma. Significa che è ora che comincia il vero lavoro, ossia trovare la speranza dove sembra che non ce ne sia proprio più.