La gente crede che uno scriva perché non sa tirare di boxe e non ha fegato, sono d'accordo per la prima parte. Io, avrei voluto più volte avere un corpo più adatto a tirare pugni e meno all'amore...
Le persone credono che uno scriva perché ogni scrittore è un potenziale assassino o serial killer, che non è capace di fare del male ad una mosca. O magari, perché non osa rapinare un supermercato di speranze a prezzi esorbitanti.
Il bello è che scrivere non serve a nulla di tutto ciò. Scrivere è un limite tendente a zero, un difetto in più. Il bello, è che dopo averlo fatto, stai male, come dopo aver pianto a dirotto soffocando le urla nel cuscino o quel sentimento di vuoto dopo gli esami di maturità: stai malissimo, perché nulla è cambiato. Perché tutto rimane immutato, tranne il tuo trucco sul cuscino, tranne gli occhi. Il brutto è che scrivere non guarisce dagli impulsi assassini e rapinare un supermercato rimane pur sempre un obiettivo impossibile.
Peccato che uno non scriva per nulla di tutto questo. Uno scrive perché si rende conto che, indipendentemente da quanto amore possa contenere, sarà sempre troppo piccolo per lui.
Uno scrive perché è un garbuglio di capelli rossi, idee senza capo né fine: è un disastro e inciampa ogni due passi nei suoi pensieri. Perché ama, ma ha parole difficili e convive da sempre con i suoi mostri sotto il cuscino... perché, ogni tanto, uno di quelli cresce troppo e fa paura.
E, allora, io scriverò che l'amore p un po' come avere poco tempo e allo stesso tempo averne troppo. Perché è un chiodo fisso: un pensiero che non si stacca mai da un altro, che non c'entra nulla con quello che stai facendo. Come strovarsi a pezzi, raccoglierli e riattacarli, anche quelli più piccoli, anche la polvere, poiché è da questa che nascono le stelle, e creare un'opera d'arte.
E guarda, guardaci: ci siamo trovati, ritrovati davanti ad uno specchio e abbiamo visto riflessi entrambi i nostri oceani in tempesta. Il mio nel tuo, il tuo nel mio. "Ho paura". Ho pensato, forse anche scritto. "Ho paura". E tu, avresti dovuto rassicurarmi. Avresti dovuto dirmi che sarebbe andato tutto bene, ma la verità è che avevi ancora più paura di me, nevvero amore?
Ho capito che il problema non mai stato l'amore: non tra noi. Ne abbiamo da riempire un mare. Lui c'è, lui non passa e resterà a farci compagnia nelle giornate di nebbia. Lui è svelto, colépisce a tradimento e si inchioda nel tuo sangue.
Il problema, non era l'amore, poiché eravamo ben consapevoli che non c'è cuore che non venga preso per fame e, per forza, quando è ora, sbraniamo.
Il problema, è che eravamo pure consapevoli del fatto che ci saremmo potuti uccidere a vicenda, ma non avremmo avuto il coreggio di chiedere aiuto.
Dopo è stato un po' come chiudere gli occhi e lasciarsi cadere, senza sapere se la terra sarà sempre presente quando ne avremo bisogno.
Per la prima volta, non ho sentito l'impulso di scappare. Io, sai, scappo sempre. Non ho trovato le parole, sono rimasta in silenzio e non avrei dovuto. È stato tempo fa.
E ancora ti amo. E allora, te lo scrivo. Ecco: uno si mette a scrivere perché rimane troppo piccolo per tutto l'amore che ha.
Ma, non temete, non temere, ho una collezione di barattoli senza fondo immensa.
sabato 9 giugno 2012
domenica 3 giugno 2012
E la vita non galleggia più nella boccia del pesce rosso. (Mangiate prima il dessert)
Non trovate sia estremamente riduttivo pensare che il tempo sia bello solo quando splende il sole? Io sì. Così come trovo inutili le parole della gente in generale che, a furia di cambiare idea e colore alle pareti della sua anima, si è intossicata il cuore. Credo che ci sia di peggio, in fondo, di camminare rasente i muri. Per esempio, ci sono i muri. Sapete che c'è? C'è che troppe volte ci sentiamo sbagliati, insicuri, imperfetti e allora i muri appaiono come delle certezze. Difficilmente tendiamo a prendere in mano la nostra vita, o quel che ne resta sotto le macerie dei ricordi, e farne nuovi orizzonti. Sapete qual'é il problema? Lo stesso che mi spinge ad odiare il fatto di falciare l'erba, perché tutti hanno un prato con l'erbetta tagliata perfettamente... e quando ci si ritrova a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa tutti gli altri.
Io, ho ripreso a respirare aria leggera. Ho abbandonato la mia consapevolezza circa il fatto che la felicità non è qualcosa che ci è dovuto. Non si può averne a piacere così come non si può dire al sole: "più sole", o alla pioggia: "meno pioggia", vero. Ma è pure vero che, dal momento in cui ho cessato di pensare che solo gli altri possedessero il coraggio per amare, fin tanto che non ho alzato la testa e osservato quel cielo stupendo senza che dai miei occhi trasparisse l'oceano, smettendo pure di chiedere alla primavera se ci sarà per sempre, ho ripreso a respirare aria leggera.
Aria che ha liberato i miei polmoni da tutto il veleno accumulato di anno in anno, che ha reso i miei occhi più chiari e limpidi. Sarà che questo è uno di quei pomeriggi dove mi fermo e mi chiedo se tutto quello che mi gira intorno: appunti sparsi sulla scrivania, orari degli esami, panni stesi ad asciugare sotto la pioggia di giugno, il telefono sul comodino e i biscotti nella credenza, te che dormi e i miei pensieri di yogurt e lettere d'amore nel frigo, siano reali o meno.
Sarà che avevo sempre saputo che il vero amore è al di sopra di tutto e sarebbe stato meglio morire piuttosto che cessare di amare. Sarà che basta poco, talvolta anche solamente due parole, un abbraccio, e la vita non sta più a galleggiare nella boccia del pesce rosso.
Sarà che questa vita è breve. Troppo corta per concederci il lusso, la libertà di non amare.
Troppo corta, nevvero? E allora, che aspettate? Ridete finché respirate, amate finché vivere e... mangiate prima il dessert.
Io, ho ripreso a respirare aria leggera. Ho abbandonato la mia consapevolezza circa il fatto che la felicità non è qualcosa che ci è dovuto. Non si può averne a piacere così come non si può dire al sole: "più sole", o alla pioggia: "meno pioggia", vero. Ma è pure vero che, dal momento in cui ho cessato di pensare che solo gli altri possedessero il coraggio per amare, fin tanto che non ho alzato la testa e osservato quel cielo stupendo senza che dai miei occhi trasparisse l'oceano, smettendo pure di chiedere alla primavera se ci sarà per sempre, ho ripreso a respirare aria leggera.
Aria che ha liberato i miei polmoni da tutto il veleno accumulato di anno in anno, che ha reso i miei occhi più chiari e limpidi. Sarà che questo è uno di quei pomeriggi dove mi fermo e mi chiedo se tutto quello che mi gira intorno: appunti sparsi sulla scrivania, orari degli esami, panni stesi ad asciugare sotto la pioggia di giugno, il telefono sul comodino e i biscotti nella credenza, te che dormi e i miei pensieri di yogurt e lettere d'amore nel frigo, siano reali o meno.Sarà che avevo sempre saputo che il vero amore è al di sopra di tutto e sarebbe stato meglio morire piuttosto che cessare di amare. Sarà che basta poco, talvolta anche solamente due parole, un abbraccio, e la vita non sta più a galleggiare nella boccia del pesce rosso.
Sarà che questa vita è breve. Troppo corta per concederci il lusso, la libertà di non amare.
Troppo corta, nevvero? E allora, che aspettate? Ridete finché respirate, amate finché vivere e... mangiate prima il dessert.
mercoledì 14 marzo 2012
Fossimo stati creati per la solitudine... (ci avrei dimostrato per assurdo)
Scrivo solo quando lo sento, come il vento che fa tremare le foglie. Scrivo quando tremo: non c'è ora né momento. C'è solo questa corrente che soffia dentro. È un'insostenibile ed adrenalinica vertigine che si avverte sull'orlo di un precipizio. Come stargli accanto, come scivolare senza soluzione di continuità né limite, o, forse, un limite esiste: limite tendente ad infinito.
Vorrei saperne risolvere uno, ogni tanto. Vorrei non avere paura di guardarmi allo specchio ed affogare nei miei occhi. Vorrei dire a me stessa: da oggi avrò cura di te, non ti lascerò più scivolare, cuore.
Ma i miei pensieri si perdono e trovano sempre una strada alternativa al traffico quotidiano: scivolano, sfuggono e sfrecciano. Impossibile calcolarne la velocità o traiettoria, impossibile prevedere dove si schianteranno.
Poiché la ragione è ben poca cosa, e il cuore ha un modo tutto suo di fermarsi.
Non esistono teoremi, né formule, né sistemi. Esiste la certezza, però, che se fossimo stati creati per la solitudine, saremmo stati dotati della capacità di abbracciarci da soli...
Ora però mi chiedo: perché ho scritto tutto questo?
Forse per dire solamente che ci avrei dimostrato per assurdo, fossimo stati un'enigma comprensibile.
Vorrei saperne risolvere uno, ogni tanto. Vorrei non avere paura di guardarmi allo specchio ed affogare nei miei occhi. Vorrei dire a me stessa: da oggi avrò cura di te, non ti lascerò più scivolare, cuore.
Ma i miei pensieri si perdono e trovano sempre una strada alternativa al traffico quotidiano: scivolano, sfuggono e sfrecciano. Impossibile calcolarne la velocità o traiettoria, impossibile prevedere dove si schianteranno.
Poiché la ragione è ben poca cosa, e il cuore ha un modo tutto suo di fermarsi.
Non esistono teoremi, né formule, né sistemi. Esiste la certezza, però, che se fossimo stati creati per la solitudine, saremmo stati dotati della capacità di abbracciarci da soli...
Ora però mi chiedo: perché ho scritto tutto questo?Forse per dire solamente che ci avrei dimostrato per assurdo, fossimo stati un'enigma comprensibile.
lunedì 12 marzo 2012
Possiamo sussurrare. (Sussurrare, fa venire i brividi sulla schiena)
Se c'è una cosa che ho capito è che, per non sentire la solitudine, non occorre stordirsi di frastuono. Stordirsi non basta. Credo invece che ci sia bisogno di sapere che, nel silenzio, c'è sempre qualcuno che possa ascoltare. Credo che un conto siano le parole semplici e un altro le semplici parole.
Quelle più immediate, quelle più vere. Le mie sono quelle che riesco ad esprimere con poche persone, quelle che scrivo quando metto nero su bianco ciò che la mia anima urla silenziosamente.
Trovo che l'errore che facciamo troppo spesso è quello di gettare valanghe di cemento asettico sopra quello che c'è dentro noi. Lo occultiamo. Lo soffochiamo perché ci fa una paura incredibile.
Poi cerchiamo di urlarlo, di liberarcene emettendo più rumore di quanto non faccia quel veleno di ricordi che ci corrode dall'interno.
Sbagliamo. Sbagliamo continuamente, ricordate: siamo fatti per sbagliare, e poi tornare indietro, e desiderare sempre quello che sta dietro al vetro. Mai provato ad allungare la mano e prenderlo? Forse vi siete feriti. Significa che non era per voi.
Forse avete paura di farlo, a presente. Chi non ha paura di farsi male? Chi non ha paura del futuro?
Tranquilli, di male ve ne farete. Ve ne farete ancora tanto. Ma per questo volete mettere in un rispostiglio il cuore? Crediate che ne valga la pena? Io voglio vivere. Anche a costo di soffrire, anche a costo di morire. Io voglio vivere ogni istante e mi accontento di un futuro sempre attuale.
Volete forse farvi rubare il presente perché siete terrorrizzati da eventuali, e alquanto improbabili, cicatrici di carezze? Io mi preoccuperei, invece, di accorgermi di stare sanguinando d'incertezze.
Poi, è inutile urlare: i ricordi sono duri d'orecchi. Inutile. Sussurrare, fa più rumore. Sussurrare fa venire i brividi sulla schiena.
E allora che fare, a presente?
Possiamo discutere su tutto, sui massimi sistemi, interpretare una canzone, ridere, risolvere un'equazione, confessarci i nostri segreti e paure, odiarci, ubriacarci, ferirci, aiutarci.
Possiamo allontanarci. Possiamo ritrovarci, perché, in un qualche modo, ci ritroviamo sempre. Possiamo volerci bene, anzi, ce ne vogliamo sicuramente. Possiamo andare oltre la superficie, respirarci. Pensiamo a ciò che possiamo. Non a ciò che potremmo.
Potresti non credere a ciò che ti dico, vero.
E, allora, credi al modo in cui ti guardo.
Quelle più immediate, quelle più vere. Le mie sono quelle che riesco ad esprimere con poche persone, quelle che scrivo quando metto nero su bianco ciò che la mia anima urla silenziosamente.
Trovo che l'errore che facciamo troppo spesso è quello di gettare valanghe di cemento asettico sopra quello che c'è dentro noi. Lo occultiamo. Lo soffochiamo perché ci fa una paura incredibile.
Poi cerchiamo di urlarlo, di liberarcene emettendo più rumore di quanto non faccia quel veleno di ricordi che ci corrode dall'interno.
Sbagliamo. Sbagliamo continuamente, ricordate: siamo fatti per sbagliare, e poi tornare indietro, e desiderare sempre quello che sta dietro al vetro. Mai provato ad allungare la mano e prenderlo? Forse vi siete feriti. Significa che non era per voi.
Forse avete paura di farlo, a presente. Chi non ha paura di farsi male? Chi non ha paura del futuro?
Tranquilli, di male ve ne farete. Ve ne farete ancora tanto. Ma per questo volete mettere in un rispostiglio il cuore? Crediate che ne valga la pena? Io voglio vivere. Anche a costo di soffrire, anche a costo di morire. Io voglio vivere ogni istante e mi accontento di un futuro sempre attuale.
Volete forse farvi rubare il presente perché siete terrorrizzati da eventuali, e alquanto improbabili, cicatrici di carezze? Io mi preoccuperei, invece, di accorgermi di stare sanguinando d'incertezze.
Poi, è inutile urlare: i ricordi sono duri d'orecchi. Inutile. Sussurrare, fa più rumore. Sussurrare fa venire i brividi sulla schiena.
E allora che fare, a presente?
Possiamo discutere su tutto, sui massimi sistemi, interpretare una canzone, ridere, risolvere un'equazione, confessarci i nostri segreti e paure, odiarci, ubriacarci, ferirci, aiutarci.
Possiamo allontanarci. Possiamo ritrovarci, perché, in un qualche modo, ci ritroviamo sempre. Possiamo volerci bene, anzi, ce ne vogliamo sicuramente. Possiamo andare oltre la superficie, respirarci. Pensiamo a ciò che possiamo. Non a ciò che potremmo. Potresti non credere a ciò che ti dico, vero.
E, allora, credi al modo in cui ti guardo.
giovedì 8 marzo 2012
Brillare, come le mine e le stelle polari. (Stringimi)
Adesso, per piacere, siediti e ascoltami. Cara, felicità, oggi ti scrivo.
E so che bisognerebbe imparare a scrivere per rispetto nei confronti di chi ha bisogno di leggere; é così che dovrebbe essere: scrivere per necessità. Certo, scrivere anche per catarsi, o qualsiasi altro aggettivo vi piaccia e vogliate metterci dentro. Ma, si deve scrivere soprattutto, per necessità, poiché si arriva ad un punto dove è indispensabile dire quello che ci matura e cresce dentro, sotto le nostre pioggie interiori. Trovo che si arrivi ad un punto di fusione dove i pensieri e le emozioni cambiano stato d'aggregazione.
Ti scatta qualcosa dentro, sai? Come quando le persone s'innamorano: cambiano, perdono foglie di delusione e difese e riangono nude ed affamate...
A me, manca un kilo di sorrisi e due etti di comprensione e, perché no, un cartone d'amore a lunga conservazione.
Ciao. Stringimi forte e guardami da vicino. Non da lontano, né troppo piano. Stringimi così forte da non sentire più nulla, più forte che puoi. Tanto da togliermi il respiro, dimenticare il mondo e di avere un cervello e di programmare l'umore artificialmente.
Stringimi e non temere: le emozioni non temono nessun controllo. Loro, quando si esagera, scoppiano. Scoppiano come le guerre. E allora noi "ci metteremo a tremare, ad inchiodare le stelle, a dichiarare guerre". Non si può fare altro se non brillare come le mine e le stelle polari.
Ciao. Scrivo quello che il mio cuore lascia passare: vado in profondità, poiché non si può vivere in supercificie. Non si può vivere realmente, perlomeno. La felicità scava, inevitabilmente: scava e apre ferite...
La cosa positiva, è che sa pure come disinfettarle.
E allora, che aspetti, sono qui. Stringimi e scavami pure nel profondo.
E so che bisognerebbe imparare a scrivere per rispetto nei confronti di chi ha bisogno di leggere; é così che dovrebbe essere: scrivere per necessità. Certo, scrivere anche per catarsi, o qualsiasi altro aggettivo vi piaccia e vogliate metterci dentro. Ma, si deve scrivere soprattutto, per necessità, poiché si arriva ad un punto dove è indispensabile dire quello che ci matura e cresce dentro, sotto le nostre pioggie interiori. Trovo che si arrivi ad un punto di fusione dove i pensieri e le emozioni cambiano stato d'aggregazione.
Ti scatta qualcosa dentro, sai? Come quando le persone s'innamorano: cambiano, perdono foglie di delusione e difese e riangono nude ed affamate...
A me, manca un kilo di sorrisi e due etti di comprensione e, perché no, un cartone d'amore a lunga conservazione.
Ciao. Stringimi forte e guardami da vicino. Non da lontano, né troppo piano. Stringimi così forte da non sentire più nulla, più forte che puoi. Tanto da togliermi il respiro, dimenticare il mondo e di avere un cervello e di programmare l'umore artificialmente.
Stringimi e non temere: le emozioni non temono nessun controllo. Loro, quando si esagera, scoppiano. Scoppiano come le guerre. E allora noi "ci metteremo a tremare, ad inchiodare le stelle, a dichiarare guerre". Non si può fare altro se non brillare come le mine e le stelle polari.
Ciao. Scrivo quello che il mio cuore lascia passare: vado in profondità, poiché non si può vivere in supercificie. Non si può vivere realmente, perlomeno. La felicità scava, inevitabilmente: scava e apre ferite...La cosa positiva, è che sa pure come disinfettarle.
E allora, che aspetti, sono qui. Stringimi e scavami pure nel profondo.
giovedì 1 marzo 2012
Scriverò come se nessuno leggesse. (Quello che sento)
Cosa sento? Sento gente che, continuamente, pur di non guardarsi negli occhi, parla del tempo. Parla del tempo e finisce per considerarlo bello solo quando splende il sole. Quel sole che acceca: dagli occhi al cuore.
Io, sento la pioggia.
"Ma la pioggia deprime!" mi hanno detto. Avete mai provato a vederla per quello che non è? Ho risposto, e molti non hanno capito. Allora, lo scriverò. Scriverò come se nessuno leggesse perché è solo così che questo uragano che mi centrifuga e sconvolge l'anima, mischiandone i pezzi, può scaricarsi.
Sento scìe d'inchiostro che spezzano l'asettico pallore d'un foglio; il nero che s'impregna di parole e cola, sotto questa pioggia.
Come il futuro. Ho sempre pensato al futuro come ad un gelato che si vende già squagliato. Credo che la maggior parte delle persone aspetti qualcosa che le cambi la vita, senza accorgersi, nel frattempo, che la vita stessa le cambia. Il futuro è quel gelato che se s'indugia a mangiare ci cola addosso con le sue appiccicose occasioni mancate.
Volete ritrovarvi tristemente cambiati per paura di cambiare? Che aspettate, allora?
Uscite a correre. Lasciate che questa pioggia vi inzuppi i capelli, i vestiti, il cuore, sciogliendo l'ultima neve che vi si era depositata.
Perché indugiare nell'inverno se è già primavera?
Certo, dimenticavo la questione del passato. Inutile ricordarsi di dimenticare, illudersi che questa pioggia si porti via anche quello. Bisogna incastonarsi d'istanti nuovi e brillanti da ricordare, bisogna fare sbocciare i sorrisi sulle cicatrici. Ciò che insegna il passato non serve a non commettere errori: sbagliare è la cosa più umana che ci sia.
Il passato serve solamente ad avere paura di tentare; una paura densa come petrolio che, talvolta, si riversa nel nostro mare interiore soffocando quelle onde impetuose di sentimenti che ci tengono o riportano in vita.
Volete smettere di vivere per una paura in potenziale?
Quello che ci lega al passato, non è tanto la nostalgia del trascorso, quento l'inconscia, impossibile ed assurda idea che, potendo rivivere anche uno solo di quei giorni, il presente sarebbe diverso.
Ma volete veramente che sia così? Pensateci.
Io no.
Io voglio questa pioggia violenta come legittima difesa dalla ferocia della monotonia.
Chi ha voglia d'inzupparsi con me?
...Al giorno d'oggi, pur di non guardarsi negli occhi, parliamo del tempo: forse perché, negli occhi degli altri, spesso, c'è troppo di noi.
Io, sento la pioggia.
"Ma la pioggia deprime!" mi hanno detto. Avete mai provato a vederla per quello che non è? Ho risposto, e molti non hanno capito. Allora, lo scriverò. Scriverò come se nessuno leggesse perché è solo così che questo uragano che mi centrifuga e sconvolge l'anima, mischiandone i pezzi, può scaricarsi.
Sento scìe d'inchiostro che spezzano l'asettico pallore d'un foglio; il nero che s'impregna di parole e cola, sotto questa pioggia.
Come il futuro. Ho sempre pensato al futuro come ad un gelato che si vende già squagliato. Credo che la maggior parte delle persone aspetti qualcosa che le cambi la vita, senza accorgersi, nel frattempo, che la vita stessa le cambia. Il futuro è quel gelato che se s'indugia a mangiare ci cola addosso con le sue appiccicose occasioni mancate.
Volete ritrovarvi tristemente cambiati per paura di cambiare? Che aspettate, allora?
Uscite a correre. Lasciate che questa pioggia vi inzuppi i capelli, i vestiti, il cuore, sciogliendo l'ultima neve che vi si era depositata.
Perché indugiare nell'inverno se è già primavera?
Certo, dimenticavo la questione del passato. Inutile ricordarsi di dimenticare, illudersi che questa pioggia si porti via anche quello. Bisogna incastonarsi d'istanti nuovi e brillanti da ricordare, bisogna fare sbocciare i sorrisi sulle cicatrici. Ciò che insegna il passato non serve a non commettere errori: sbagliare è la cosa più umana che ci sia.Il passato serve solamente ad avere paura di tentare; una paura densa come petrolio che, talvolta, si riversa nel nostro mare interiore soffocando quelle onde impetuose di sentimenti che ci tengono o riportano in vita.
Volete smettere di vivere per una paura in potenziale?
Quello che ci lega al passato, non è tanto la nostalgia del trascorso, quento l'inconscia, impossibile ed assurda idea che, potendo rivivere anche uno solo di quei giorni, il presente sarebbe diverso.
Ma volete veramente che sia così? Pensateci.
Io no.
Io voglio questa pioggia violenta come legittima difesa dalla ferocia della monotonia.
Chi ha voglia d'inzupparsi con me?
...Al giorno d'oggi, pur di non guardarsi negli occhi, parliamo del tempo: forse perché, negli occhi degli altri, spesso, c'è troppo di noi.
sabato 25 febbraio 2012
Scoppiare ad amare nel giro di sei lettere. (scrivere d'amore, all'amore)
Si cambia. In questa vita, si cambia continuamente e raramente la gente se ne accorge. Basta un niente: basta che una notte ritorni quel sogno ricorrente di calarsi dalla finestra attaccati a una corda di coperte... per scappare, direi.
Da cosa? Forse da una creazione degli altri di noi stessi. Per scappare da chi sa ancora fare esplodere i sogni, da chi non sorride più, perché i sorrisi stessi sembrano non volere bastare. Sembrano essere insignificanti, non rilevanti; eppure, i sorrisi, mancano più dell'aria.
Da chi non riesce quasi più a ridere e usa in modo sbagliato il verbo vivere: c'è un universo intero dentro questa parola tanto che mi scoppia qualcosa dentro solo nel pronunciarla... scoppio ad amare nel giro di sei lettere. Eppure, l'uomo, come ogni cosa, è riuscito a banalizzarla.
Ma noi scrittori, ultimi dei romantici, cinici disillusi, ci siamo sempre opposti. Ci siamo sempre opposti forse perché abbiamo capito che gli opposti si attraggono, ma questa è un'altra faccenda.
Noi finiamo così col voler soffocare le lacrime soffocando il cervello e non il cuore. Lui, è pur sempre un muscolo involontario. Ci illudiamo, ci si illude che tutto passi e possa passare come le ore che si rincorrono nell'orologio senza raggiungersi mai, come l'inverno, la gente per strada e i sorrisi.
Ma non funziona così: la fame d'amore non si sazia mai. Allora ditemi, dimmi, perché cercare di privarsene? Perché stare così, noi, che siamo già pelle e ossa?
E ancora mi trovo a scrivere... e ancora sono solamente parole e non hanno odore, e non hanno sapore. Scrivo, io. Io che ho sempre amato nel silenzio sapendo che solo nel silenzio il cuore è libero di gridare. Scrivo così mi illudo, ci illudo che scrivere sia pur sempre un modo di fare l'amore.
Da cosa? Forse da una creazione degli altri di noi stessi. Per scappare da chi sa ancora fare esplodere i sogni, da chi non sorride più, perché i sorrisi stessi sembrano non volere bastare. Sembrano essere insignificanti, non rilevanti; eppure, i sorrisi, mancano più dell'aria.
Da chi non riesce quasi più a ridere e usa in modo sbagliato il verbo vivere: c'è un universo intero dentro questa parola tanto che mi scoppia qualcosa dentro solo nel pronunciarla... scoppio ad amare nel giro di sei lettere. Eppure, l'uomo, come ogni cosa, è riuscito a banalizzarla.
Ma noi scrittori, ultimi dei romantici, cinici disillusi, ci siamo sempre opposti. Ci siamo sempre opposti forse perché abbiamo capito che gli opposti si attraggono, ma questa è un'altra faccenda.
Noi finiamo così col voler soffocare le lacrime soffocando il cervello e non il cuore. Lui, è pur sempre un muscolo involontario. Ci illudiamo, ci si illude che tutto passi e possa passare come le ore che si rincorrono nell'orologio senza raggiungersi mai, come l'inverno, la gente per strada e i sorrisi.
Ma non funziona così: la fame d'amore non si sazia mai. Allora ditemi, dimmi, perché cercare di privarsene? Perché stare così, noi, che siamo già pelle e ossa?
E ancora mi trovo a scrivere... e ancora sono solamente parole e non hanno odore, e non hanno sapore. Scrivo, io. Io che ho sempre amato nel silenzio sapendo che solo nel silenzio il cuore è libero di gridare. Scrivo così mi illudo, ci illudo che scrivere sia pur sempre un modo di fare l'amore.
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