domenica 7 aprile 2013

Primavera ad ogni stagione. (La tristezza di non poter piangere)


Incredibile come la vita ci cambi. Lo fa quando meno te lo aspetti. E comunque vada, rimaniamo noi: gli occhi rimangono sempre, ricordate?  A me rimane tutto quello che ho sempre ricavato per sottrazione perché l’unico amore che torna è quello che dai incondizionatamente. Quello di una madre, di quei pochi amici veri: quelli che non giudicano e se dovessero farlo risulteresti perfetta anche se confessassi di avere appena ucciso una persona. Gli amici che puoi anche non sentire per mezza vita ma se li cerchi in una notte troppo buia correranno da te, quelli che ti staranno accanto con delicatezza, sollevandoti se mai cadrai.

Rimane tutto quello che resta dopo quell’istante dove ho guardato in basso e avevo i piedi nel cemento. Ed è stata crisi, crisi senza lacrime. Esiste anche la tristezza di non poter piangere a calde lacrime perché la gente farebbe troppe domande alle quali non ho voglia di dare risposta alcuna, perché non è ancora il momento in cui tutto può ricominciare. È una di quelle sensazioni che non si riescono a spiegare e anche se lo si facesse perfettamente in pochi capirebbero.

Ci si affeziona anche al dolore, persino alla disperazione: il fatto che il dolore stia passando provoca sgomento. Perché crediamo significhi, una volta di più, che tutto, veramente tutto finisce. E vorresti piangere mentre cammini per strada, in piscina, su un libro o dentro un cuscino. Vorresti che le lacrime sgorgassero improvvisamente senza che tu possa fare nulla per arginare quel fiume in piena.

Vorresti piangere perché è qui che inizia tutto, o ricomincia. Perché ci vuole coraggio per guardarsi così: in preda alle emozioni, i mille pezzi e righe nere di rimmel sulle guance. È da qui che si ricomincia perché tutti noi possediamo un istinto che, una volta lasciato tutto alle spalle, ci trascinerà sempre avanti. Ma, per poter fare questo, c’è bisogno del tempo: il tempo rende tutto più leggero. C’è bisogno del tempo perché una tristezza troppo profonda non può prendere la forma delle lacrime. Però, una volta passato questo, sarà primavera. Primavera ad ogni stagione. Ed è incredibile come la vita cambi, ci cambi, mentre noi siamo tutti concentrati a cambiare lei.

Questa neve si scioglierà.

lunedì 1 aprile 2013

Non muore mai quello che sei. (Sorellina fa tremare ogni cosa.)


È molto che non ti scrivo e per questo mi scuso, sorellina mai nata.

Ho vissuto molto, conosciuto persone, ho provato a perdermi, mi sono assordata di musica nell’allucinata calma notturna. Avrei voluto fare cose diverse, ma la vita non è così ed è inutile piangersi addosso. L’errore non esiste, sorellina. L’errore è come la paura: pura invenzione.

Sappi che non le favole sono mere illusioni, che cadrai a terra rovinosamente: è inevitabile. Alzati sempre. Azzardati a correre anche se hai solo imparato a camminare, grida al cielo se nessuno è lì ad ascoltare e fatti sentire: fallo tremare. Fa tremare qualunque cosa tu incontri sul tuo cammino: basta uno sguardo.

Questa vita è spietata e tu devi imparare a farci i conti, a bleffare nel momento giusto vincendo la partita. E fai in modo di non dover ringraziare nessuno per quello che diventerai, per dove arriverai. Impara a ricordarti di dimenticare, dimentica di essere per poter diventare. La vita è un continuo divenire e non esiste né un meglio né un peggio o tanto meno il paradiso o l’inferno.

Dimentica tutto: ciò che ti fa male, le preoccupazioni, le lacrime lasciale scorrere a patto che siano di gioia. Sii sempre felice già del semplice fatto di essere viva e non lasciare che nessuno possa farti diventare ciò che non sei. Io ho commesso questo errore troppe volte. Lascia giudicare la gente perché lo fa solo quando lei stessa non può più dare il cattivo esempio.

Ricordati che non muore mai quello che sei: nemmeno seppellito sotto le macerie dell’ennesimo sogno infranto. Rimane sempre qualcosa: rimani tu che, se mai fossi nata magari lo avresti fatto in una mattina d’autunno come me. Rimangono le speranze e le poche persone veramente importanti. Quelle che non avrai neppure il bisogno di tenertele strette perché non se ne andranno mai. Quelle che si metterebbero a seppellire un cadavere con te pur di aiutarti, pur di non farti passare dei guai. Queste persone non si scelgono: arrivano. E non si perdono. Restano. Tutto il resto? Non ti merita.

venerdì 29 marzo 2013

Disertai il 21 a primavera. (L'attrazione per quello che ci ferisce)


Vorrei poter scrivere quello che penso. Vorrei avere il coraggio di ritrovare ciò che sono. Il fatto è che, ora come ora, nella mia testa c’è talmente tanta confusione che il mondo là fuori lo sento appena. Tanta confusione da fare persino concorrenza alla mia camera: maglioni, calze, cd, coperte, borse, libri ovunque. E la vita sta tutta nei pensieri, e sopra al letto ci sono io: la cosa più disordinata di tutte. Io col mio pessimo carattere, sebbene sia il migliore tra i pessimi.

Ma chi voglio prendere in giro: la mia autostima non cammina sul ciglio di una strada, sul cornicione di un palazzo, non zoppica: non fa nulla. Si è suicidata direttamente.

Perché siamo costantemente attratti da quello che alla fine ci ferisce, ci fa del male che esso sia fisicamente o mentalmente. Forse il problema sta nel fatto ne siamo perfettamente coscienti, e ciononostante ci convinciamo che non sia così: ci convinciamo di essere in grado di fare in modo che le nostre ferite non ci cambino, non ci facciano diventare ciò che non siamo mai stati.

Ma la vita non è così e benché stare con te era come essere in guerra in prima linea: un continuo bombardamento, un perenne scavare trincee, convincersi di poter vincere la guerra, venire feriti e poi ricuciti, non ho avuto il coraggio di dire al comandante di non farcela più. Esiste veramente qualcosa che possa durare l’infinito di una vita? Non credo. Come ora so che l’amore non muore mai di morte naturale: muore perché si esaurisce, muore di cecità, di errori e tradimenti, di stanchezza e di ferite.

Ognuno commette errori: l’errore è la cosa più umana al mondo per quanto ci convinciamo che non sia così. Il mio difetto, errore più grande è quello di non riuscire ad accettare compromessi, io sono per il tutto o niente: per il “alla follia” ma non per il “per sempre”. Io sono per il convincermi di non avere bisogno di nessuno. Eppure so esattamente che ciò non è possibile, che anche gli scrittori hanno bisogno di qualcuno al loro fianco, che siano gli amici che se ne vanno o il proprio cane, non certo quella tazza di té che tanto li accompagna. Ma in momenti come questi sanno solo scrivere e camminare. Camminare per cercarsi, perché ci si sente persi. Persi sul bianco di un foglio e nella vita. Perché in fin dei conti l’odio è come l’amore: o lo possiedi o no. E non vogliono arrivare ad odiare.

giovedì 28 marzo 2013

Lasciate ch'io urli. (Cosa rimane?)

E ancora mi guardo chiedendomi che fine ho fatto. E quel momento dove decisi inconsapevolmente di lasciare perdere tutto: ogni ideale, ogni pensiero non mi è mai sembrato così lontano, così sciolto sotto questa pioggia infame che cade leggera tanto quanto basta per scuotere quell'apparenza di equilibrio ed impassibilità che riuscivo ancora a fingere. Ma, ben presto, ho compreso che quel senso di equilibrio lo hanno solo le cose provvisorie, destinate a finire.
Io non so di cosa sia composto il dolore, forse d'impotenza, non certo di rimpianto, di errore senza consapevolezza, di lacrime non piante, e quindi lasciate che io urli. Lasciatemi urlare e picchiare i piedi a terra, e i pugni al muro. Lasciatemi... inutile: non c'è nessuno che mi sente.
E io ancora non mi trovo, chiedendomi come sei entrato nella mia vita. Con che coraggio, come hai osato. Come facevo ad essere così indifesa?
E alla fine, alla fine di tutto cosa rimane? Un riflesso in cui non mi riconosco, la pioggia e questa stupida vita appensa a un filo. Questa vita che si prende gioco di noi, delle nostre paure e delle nostre debolezze. L'unica cosa che possiamo fare è lasciare cadere tutto questo dolore, lasciarlo cadere sperando che, un giorno, possa infrangersi.

domenica 17 marzo 2013

Quello che mi si legge in faccia. (Le notti che durano giorni)

Scrivere e poi cancellare, questo è quello che ho continuato a fare nell'utimo mese: la lista della spesa, un messaggio da spedire, il blog. Forse perché nella vita reale non è possibile tornare in dietro e cancellare: non esiste gomma alcuna. Non si può ripensare a ciò che si è detto, fatto, e decidere di percorrere una strada diversa, di prendere il coraggio a due mani e cambiare almeno un po' la propria vita, quella situazione nel passato in cui il coraggio è venuto a meno e l'abbiamo lasciata passare senza fare o dire nulla. Forse è anche per questo che scrivo, oltre che per tirare fuori tutto quello che non dico e che mi si legge in faccia. Forse scrivo per rivincita, per vendetta, per illudermi di poter prevedere, raccontare come sarebbe potuta andare la vita, per che verso sarebbe corsa se avessi detto le parole giuste.
O forse perché nell'amore si tace continuamente. Il silenzio è quasi maggiore di ciò che andrebbe detto. Putroppo questo capita anche nell'amicizia, che invece dovrebbe essere il rapporto dove non dovrebbero esistere inutili barriere emotive. Censura. Autocensura di pensieri, di parole che vorremmo dire ma non diciamo per paura. Ma paura di cosa poì? Di rimanere soli.
Va comunque a finire così. Inevitabilmente. E non siamo noi a sceglierlo e non sono le parole a fare la differenza. Magari ci si illude di averlo deciso, di aver deciso di lasciare perdere tutto, di essere padroni di ciò. Eppure ci si sente padroni solo delle cose provvisorie e questa sensazione è destinata a finire presto.
E quindi si prova a dimenticare, eppure certi ricordi ci assalgono di notte. E trovo sia un peccato che tu ed io non possiamo essere amici. Semplicemente amici. Un'amicizia come tra due donne. Perché non sei una donna? Risolverebbe un sacco di problemi.
In ogni caso però la felicità è sempre vicino a noi: arriva all'improvviso quando meno ce l'aspettiamo, basta convincersi che ciò sia vero. Si trova nelle piccole cose, come d'altronde l'infelicità che giunge puntuale tanto da sembrare spietata.
E quindi si prova a dimenticare.. Ma poi ci sono notti che ci accompagnano per tutto il giorno...

lunedì 18 febbraio 2013

Il mare in un bicchiere (và a prenderlo).

Mi hanno detto di scrivere. Mi hanno supplicato di provare ad esprimermi...
In cosa credo? Non lo so più. Cosa credo? Forse ho smesso di credere tempo fa. Ho smesso, giacché è incredibile come la vita ci cambia: mentre noi siamo tutti concentrati a credere di poterla cambiare.
E questa consapevolezza è stata fonte di crisi: ho pianto come se avessi una sorgente d'acqua nello stomaco, un mare in tempesta che traspariva dagli occhi. Dio, quanto ho pianto
Capitava quando meno me l'aspettavo, così, improvvisamente. Non potevo fermare quelle lacrime, e neppure illudermi di poterle trattenere. Sarebbe stato come pensare di poter tenere il mare intero in un bicchiere.
Poi quella frase, nel libro che ho inzuppato... Ed è strano come certe volte gli occhi ci cadano proprio su ciò di cui abbiamo bisogno, mentre siamo intenti a convincerci di non avere bisogno di niente e nessuno: "Forse un uomo e una donna sono più vicini l'uno all'altro quando non vivono insieme e sanno soltanto di esistere, quando sono riconoscenti l'uno all'altra solo perché esistono e perché l'uno sa che l'altro esiste. E alla loro felicità questo basta". Forse è questa la descrizione di cosa io ne pensi a proposito ora, di questo sentimento.
Il fatto è che non credo esista persona al mondo capace di guarirmi dalle mie ferite, ma forse ciò di cui ho bisogno è qualcuno che abbia una ferita simile alla mia.
E ancora non so se debba andare sempre così, se esista una regola sovranaturale o una qualche legge fisica per cui il troppo si associa ad ogni componente: troppo amore, troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, doloroso. Troppo e poi il nulla. Non credo sia così: rimangono i pezzi, rimangono quei cocci che, cadendo, si cono infranti sulle speranze. Rimangono i sentimenti contrastanti e la voglia di vivere. Rimane da dire: "Se vuoi qualcosa, vai a prenderlo".

venerdì 8 febbraio 2013

"Ricordati di dimenticare" (il dolore da bruco)

Questa sera ho bisogno di un sonno che mi porti in un altra dimensione, ho bisogno della luna, dei mostri sotto al letto che conosco talmente bene da sentirne la mancaza. Ho bisogno di qualcosa che mi faccia ridere, delirare, ma che non sia di questo mondo.
Qualunque cosa che mi distolga dal pensare: "ricordati di dimenticare". Come se cose di questa portata siano semplici...

Voglio la ferma convinzione che domani sarà un giorno speciale, o magari dopodomai, o fra qualche giorno, ma in ogni caso la convinzione che questo giorno arriverà. E mi piacerebbe riuscire a trovare la forza, le parole per dire: "a domani", perché quel "domani" significherebbe già una promessa, vorrebbe dire che in quel domani esisterebbe ancora un "noi" e che ci sarò. Tu, dove sei?! Dove sei ora che tutto sta crollando sotto un bombardamento di razzi, granate, sotto questa guerra perenne mentre lanciamo attacchi, feriamo, veniamo feriti, singhiozziamo? Non ti vedo.
E mi piacerebbe ordinarti di darmi il caricatore, perché non ce la faccio più. Giusto per ribadire, che i sentimenti non muiono mai per morte naturale, ma di stanchezza e ferite.

Sorellina, "non piangere" ti avrei detto, se mai ti fossi trovata nella mia stessa situazione, in serate fredde come questa, dove il gelo ti sarebbe partito da dentro. Dove ovunque saresti stata, ti saresti sentita intrappolata in un sentimento a senso unico, e sarebbe stata crisi, e avresti pianto.
"Non piangere", anzi, no. "Piangi." Piangi a calde lacrime, perché al mondo esiste anche la tristezza di essere qui a singhiozzare, gli altri non possono capire, ed è una cosa che non si può spiegare. Sono i sentimenti che salgono, fino ad arrivare a scontrarsi con una superficie, condensare e piovere. Sono i sentimenti di rabbia, rancore, desolazione, rassegnazione, paura.
Piangi. Nessuno si ricorda di quando l'hai fatto per l'ultima volta, è naturale. Quando tutto va bene, e sei divetata farfalla dalle lucenti ali, pochi si ricorderanno del tuo dolore da bruco. Sono quei pochi per cui vale la pena asciugarsi le lacrime, alzarsi, e mandare tutto il resto laddove si merita di andare.

Sorellina, io ho pianto mentre il paesaggio scorreva dal treno, mentre camminavo per strada tremante a testa bassa, in camera mia nel cuscino con la musica a tutto volume, sulla pasta della mamma. Ho pianto. Ho sputato lacrime e parole, per cercare di capire, di capirmi, per cercare di liberarmi un po' di quel dolore profondo quanto una spada nel fianco. Quel dolore accumulato cercando di trovare qualche cosa che forse non c'è.
Ma è da qui che inizia tutto, sai? È da quel grandissimo coraggio che ci vuole per alzarti, specchiarti e vederti scomposta in mille pezzi e sbavature di rimmel. Guardati, è la scompligliatezza dei guerrieri. Guardati e dì a te stessa: "ricomincerai".
Certo, forse, ora come ora, non ti sembrerai credibile. Dillo finché non te ne autoconvincerai.
Ripetiti fino a perdere il fiato: "ricordati di dimenticare".